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La raccolta Aldrovandi di Maria Cristina Giammetta La raccolta di Ulisse Aldrovandi
annovera quindi tanto animali veri quanto animali rappresentati in immagini
dipinte: il campionario reale integrato nelle assenze da uno virtuale. Sono più di 2.830 le tavole acquerellate, oltre le numerosissime
matrici xilografiche, che compongono le pinacoteche, come Aldrovandi chiama gli
armadi in cui è custodito tutto il suo materiale grafico. Già nei primi decenni dopo la scoperta delle Americhe,
nonostante le difficoltà pratiche e la conseguente rarità delle missioni
scientifiche al di là dell’oceano, giungono in Europa i primi campioni di
piante ed animali. I viaggi degli studiosi hanno lo scopo della ricerca e della
scoperta di nuove specie di piante utilizzabili a fini terapeutici oltre che la
raccolta di esemplari di fauna esotica per ampliare le classificazioni già
note. La discreta documentazione che se ne ricava consente
all’illustrazione puntuale e accurata delle rarità botaniche e faunistiche di
assumere un ruolo importante nell’apparato iconografico delle più aggiornate
trattazioni naturalistiche dell’epoca. Ma l’illustrazione naturalistica viene usata da Aldrovandi
anche per trattare in modo sistematico un tema di chiara derivazione medievale:
i mostri, i cosiddetti scherzi di natura. Esseri difformi di ogni tipo o animali sorprendenti, favolosi,
mitici – che evocano quelli degli antichi bestiari – sono oggetto di
descrizioni e studi sistematici e di conseguenti trattazioni. Le immagini sono diffuse tra i naturalisti, vengono anche
stampate nelle loro opere, avviando una prima forma di confronto e di controllo
scientifico in campi ancora tutti da scoprire ed esplorare come l’embriologia
e la teratologia. Anche Aldrovandi è interessato ai primi esperimenti embriologici
(segue lo sviluppo del pulcino aprendo le uova ad intervalli regolari)
occupandosi inoltre di una realtà fatta di esseri assolutamente fuori della
norma (probabilmente creature anomale o malformate). Compila anche un’opera dal titolo Monstruorum historia, che
verrà pubblicata postuma, muovendosi ai limiti tra creature reali e immaginarie
quando fornisce accurate descrizioni e immagini di uomini che in America
raggiungerebbero dimensioni gigantesche, oppure sarebbero forniti di orecchie
lunghe fino a terra; mentre in Africa vivrebbero addirittura alcuni uomini con
la testa di cane e altri con un occhio solo. Non deve sorprendere che uno scienziato della qualità di Ulisse
Aldrovandi sia ancora influenzato da immagini che non corrispondono alla realtà,
che non sono oltretutto state verificate nella loro esattezza, poiché le stesse
notizie e descrizioni riportate dai viaggiatori di ritorno dal Nuovo Mondo sono
spesso permeate di suggestioni favolose, provocate sia dallo stupore e dalla
sorpresa suscitate da quella natura esuberante e strana, sia dalle radicate
fantasie di origine medievale che popolavano ancora l’immaginario
dell’uomo occidentale. Anche Aldrovandi non sfugge al coinvolgimento e
all’interpretazione assolutamente visionaria delle notizie provenienti da
paesi lontani. L’originalità della visione aldrovandiana risiede però nel
considerare il mostro non un ermetico e insondabile suggello dell’inconoscibile
naturale - pertanto accettato incondizionatamente per quello che è senza porsi
tante domande, concedendo uno spazio senza riserve al meraviglioso - ma bensì
nel tentare di spiegarlo come la chiave stessa della presenza e della storia
degli esseri viventi e della diversità tra le specie. Il teatro di natura che Aldrovandi dispiega nella sua raccolta e nei suoi atlanti scientifici - mondo vegetale e animale, reale o virtuale che fosse - ha per noi ora solo un fascino antiquario, forse di curiosità, indicativo però di un momento importante nella storia delle scienze naturali: quando – anche se molto cautamente e lentamente - si tentavano nuovi approcci metodologici nel sapere scientifico insieme all’affermarsi di un certo primato della Natura.
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